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Cominciamo così, con un articolo di Antonio Muñoz Molina dedicato a una esposizione del Metropolitan Museum of Art di New York, o meglio, a un piccolo quadro su cui l’esposizione è incentrata, la “Milkmaid” di Vermeer.

Vermeer - Milkmaid

Scrive Muñoz Molina:

“En el laberinto formidable del Metropolitan, un pequeño cuadro de cuarenta centímetros de lado borra todo lo demás”,

ed è proprio da questa sensazione che vorrei partire.

Tra tutte le opere del museo in cui entra, talvolta lo spettatore finisce per fissarsi su uno, non per forza il più famoso, non quello su cui si accalca la maggioranza. È un sottile piacere, non sempre vissuto, non per forza ripetibile a ogni visita, in tutti i musei. Certo, l’autore spagnolo gioca a esagerare, visto che l’intera esposizione in questo caso è proprio costruita su questo piccolo (45.5 x 41 cm) capolavoro di verismo pittorico (verismo del soggetto, della luce, dei volumi…). Al di là di ciò la sensazione descritta è forse degna di venire annotata, giusto perché può aiutare l’osservatore a osservarsi, tanto per usare un banale rovesciamento di parole.

Galleria Doria Pamphilj, terzo braccio

Una sensazione simile si rischia di provarla in musei ben più piccoli (e più nascosti) di casa nostra. Per esempio, alla Galleria Doria Pamphilj, seminascosta e quasi negletta dai turisti – per lo meno dalle folle esagitate che le preferiscono i vaticani e il colosseo. La peculiarità della galleria – oltre ad avere le peggiori audioguide nella storia dell’assistenza museale (la presentazione è del principe Doria Pamphilj, che dà personalmente il benvenuto al visitatore nella propria dimora…) – , è quella di aver mantenuto la struttura espositiva originaria. Le pareti sono letteralmente tappezzate di quadri, accompagnati da una numerazione e raramente da una didascalia. Questo rende da un lato molto difficile la fruizione “abituale”, a meno che non si sia tanto esperti da riconoscere i quadri al primo sguardo; dall’altro però aiuta a “perdersi” nel modo descritto da Muñoz Molina. Nel labirinto di visioni in cui si è costretti, la scelta individuale ha la meglio. Insomma: si guarda ciò che l’occhio vuole vedere, senza che l’allestimento ordini una gerarchia prestabilita.

Tra tutti i quadri, quello che mi folgorò la prima volta nella Galleria è un’opera di Trophime Bigot, detto anche il maestro della candela, pittore barocco di origine francese attivo a Roma intorno agli anni ’20 del Seicento. A guardarlo bene, si nota che il ragazzo sta osservando un pipistrello, o meglio, lo mostra allo spettatore. Sebbene le dimensioni (45 x 39 cm) siano risibili rispetto ad altre illustre ospiti, e non aiutino a distinguerla nel mucchio, il bagliore di luce che emana dal viso stesso del ragazzo, il brillare degli occhi, il gioco di ombre della mano superiore sono stati per chi scrive una sorta di epifania. Trovare chi fosse l’autore non è stato facile, e la produzione e la notorietà di Bigot non aiutano certo nella ricerca. Eppure è un quadro che mi ha sempre dato molto da pensare, specialmente per l’influsso magnetico che esercitò durante quella prima visita.

Gli anni di Bigot non sono poi tanto lontani da quelli del quadro di Vermeer, ma qui entrerei in un ginepraio che non mi compete e che non sarei certo in grado di gestire, con le poche conoscenze d’arte che mi ritrovo.

Riassumendo, la galleria Doria Pamphilj è degna di essere visitata, così come la mostra del Metropolitan. Bigot è un artista da non sottovalutare, una sorta di gioiello sepolto, e la prossima volta che entrate in un museo, cercate di perdervi. Non si sa mai quello che si può trovare, a non cercare bene.

** Annotazione, il trucco per non perdersi alla Galleria Doria Pamphilj in realtà esiste, anche se un po’ borgesiano (nel senso di Borges, naturalmente):
Aquistate una guida rossa di Roma del Touring Club . È in assoluto la guida migliore in

guida rossa roma

Libretto Rosso

circolazione: non ci sono immagini, ma descrizioni dettagliatissime di tutto ciò che è possibile vedere nella Città Eterna, dall’archeologia protoromana all’architettura razionalista del Ventennio. Quando viene descritto un museo, sono anche elencate tutte (o quasi) le opere in esso presenti. Quelle “degne” di nota, sono accompagnate da un asterisco (ma se decidete di perdervi, vi consiglio di ignorarlo). Una volta dentro la Galleria, cercate l’elenco all’interno della guida, ricordando che l’ingresso è stato modificato, quindi la lista non corrisponde alla prima ala che visiterete. Una volta che riuscite a imboccare (basta un piccolo indizio, un soggetto che potete ricondurre solo a quel titolo per esempio) la strada giusta, la guida vi elencherà senza fallo tutte le opere. Non aspettatevi molto di più: anche la guida del Touring, che sembra parlare di tutto, con la Galleria Pamphilj è avara.