* Disegni di Blu

Il burocrate per sua stessa natura, deve rispondere ai superiori e alla legge delle carte, e a nient’altro. Kafka ne fece una filosofia, li vide e li costruì con sapienza certosina: c’era nei suoi scritti la virulenta crescita della macchina burocratica mitteleuropea, che dalla seconda metà dell’Ottocento non aveva smesso di ampliarsi, di acquisire potere: in pochi anni si era già trasformata in una perfetta, micidiale macchina di carte e uomini.

È incredibile pensare a quanto la burocrazia, in tutte le sue forme, possa essere definita come qualcosa di profondamente positivo e legalitario (l’apparato che evita gli abusi dei singoli, dei forti sui deboli) e qualcosa di terribile, annientante (la mortifera burocrazia dell’orrore nazista).

In entrambi i casi, è la carta a fare la differenza. Il che significa, certo, parola scritta. Ma la scrittura in sé non basta, da un certo momento in poi non basta più: c’è bisogno del protocollo, dell’infinita trafila che a quella carta è legata e che la rende, definitivamente e per sempre, legale.

Blu: cassa

Blu: cassa

La burocrazia ha insomma bisogno di due soggetti-oggetti, non solo di uno: da una parte il Burocrate – l’officiante del complesso (e spesso incomprensibile) rito della registrazione, vidimazione, controllo e legalizzazione; e della Carta, la pergamena nuova o consumata, ingiallita dal tempo o ancora sanguinante per la vergatura. Uno senza l’altra è ridotto a una mera macchietta di sé stesso, poiché su questa basa tutto il proprio potere,  potere riflesso ma pur sempre possibile, tangibile, visibile agli altri. Il Burocrate da questo punto di vista è anche un interprete, colui che legge e trasmette al popolo “normale” le infinite declinazioni della Legge, del Verbo statale. Ma allo stesso tempo è colui che, grazie alla conoscenza di una lingua e di segreti che ai “comuni” non è dato sapere, rischia di abusare della propria posizione, o di essere odiato proprio per lo scranno che occupa nel mondo.