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Black Minstrels

Black Minstrels

Questa riflessione nasce da uno strano accostamento metonimico (o metalepsico, forse). Ieri notte, andando a dormire, ho visto il trailer diun documentario su El Sistema di Jose Antonio Abreu (qui il discorso da lui fatto alla premiazione dei TED prizes). Il documentario, A Slum Symphony, è firmato da Cristiano Barbarossa. Ora, El Sistema è un progetto straordinario, che raccoglie oggi i frutti di una semina che va avanti dal 1975. Il principio fondamentale è quello di strappare le ragazze e i ragazzi dei barrios dalla strada, anzi, dalla mentalità della strada. Il progetto ormai lavora a pieno ritmo, e l’orchestra principale – la Simón Bolívar – si esibisce in tutto il mondo.

Arturo Márquez

Ora, proprio cercando qualche esibizione della Simón Bolívar sono incappato in un video in cui i ragazzi suonano sotto la guida di Gustavo Dudamel (anche lui “figlio del Sistema”, ora assorbito nel circuito dei “grandi” direttori) un pezzo del compositore messicano Arturo Marquéz, Danzon n. 2.

(Ed ecco la Metalepsi). La Danzon n. 02 mi ha fatto fare un passo indietro nel tempo. Quando ero giovane partecipai al seminario jazz diretto da Paolo Fresu & Friends organizzato nella mia ridente cittadina. Uno degli insegnanti si chiamava Marcello Piras, e insegnava “Storia della musica afro-americana”, anche se mi pare di ricordare che preferisse di gran lunga una definizione ancora più vasta, quale “afro-europea”. Le idee di Piras sono – lo erano allora per me e lo sono rimaste – per molti versi rivoluzionarie. Il primo concetto che tentò di trasmetterci fu quello della nascita della musica jazz: nella maggior parte delle storie il concetto generale è sempre lo stesso: i “boveri sghiavi negri” liberati dopo la guerra civile americana, entrano nelle mansions padronali e trovano gli strumenti europei abbandonati dagli schiavisti in fuga. Iniziano a suonare con quelli i ritmi e le musiche che si tramandavano nei loro canti e nelle loro tradizioni africane. Ecco nato il jazz.

Schiavo

Schiavo

Ho esagerato? Non tanto, non più di quanto crediate. In realtà la musica africana (e di più la musica afro-americana) e quella europea stavano già da molto tempo in contatto, praticamente da quando i conquistadores arrivarono nel Continente americano, con i loro bastimenti carichi carichi di polvere da sparo e malattie esantematiche, di avventurieri e navigatori, ecc. Prendete per esempio la Ciaccona: come si perita di riferire addirittura wikipedia, la Ciaccona è una danza che proviene dal Nuovo Mondo. Filtrata per la Spagna, viene rallentata e europeizzata, così che noi possiamo ritrovarla nelle partiture di quel gran genio di Giovan Sebastiano Bach, anche se alcuni esempi di recupero filologico danno un’idea di ben altri ritmi.

Eppure ancora più indietro va Piras. Il primo esempio documentato di incontro tra la musica europea e la musica africana secondo lui in realtà risale al Cinquecento, e sono le Moresche napoletane, per non parlare delle musiche criolle – aggiugnerei – (provenienti da varie parti delle colonie) recuperate ad esempio dall’iperattivo Savall in un disco come Nuevo Mundo: Folias Criollas.

In tutto questo Napoli ha un ruolo quanto meno affascinante, che andrebbe scavato in profondità e riserverebbe milioni di sorprese… ma magari un’altra volta…

Ci sono miliardi di angoli del mondo che la nostra povera formazione ci tiene nascosti. E allora ben venga un po’ di sana musicologia degli oppressi, alla facciazza della purezza e del primato europeista (bianco, cristiano, ecc) di buona parte dei “pensatori” neooccidentalisti.*

* Dedico e sono grato alla poliedrica e geniale Monika Otter, traduttrice, mediolatinanglista, professoressa, escursionista, cantante rinascimentale, violagambista con migliaia di miglia all’attivo tra States e Europa, per avermi fatto leggere il suo paper in materia di Moresche e Villanelle. Che ha dato molti spunti e fa parte a pieno diritto parte della sinaptica connessione partita dai bassifondi di Caracas.