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Egakigata

Oggi ripensavo a uno straordinario romanzo di Manuel Scorza, Historia de Garabombo, el Invisible.

E mi è venuto in mente un discorso che ci faceva spesso il compianto Arnaldo Picchi, al laboratorio di Regia del DAMS, anni or sono. Tenendo la sigaretta tra il pollice e l’indice, con il fuoco rivolto verso il palmo della mano, Picchi accompagnava l’accolita dentro i problemi di drammaturgia. Io ho smesso di calcare le scene, ma alcuni insegnamenti mi sono rimasti dentro, e anche alcuni problemi. Tra tutti, quello che per lui sembrava racchiudere il segreto dell’attore, e del teatro. La rappresentazione dell’invisibile. Come in Garabombo. Il padre di Amleto è il problema del teatro.

Come mettere in scena l’invisibile? Lo puoi raccontare con parole d’altri, lo puoi guardare con occhi d’altri, lo puoi far brillare nella sua assenza. L’invisibilità di Garabombo poi è ancora più straordinaria, perché è settoriale, è privilegiata: chi lo disprezza non lo può vedere, solo chi lo ama può percepirlo. O forse questo è anche del padre di Amleto, che si mostra soltanto a chi lo ha amato?

In breve: leggete Garabombo. Anzi, leggete tutti i romanzi – o Cantari sarebbe meglio – di Scorza rivolti a Cerro de Pasco e alla lotta impari e purtroppo spesso tragica tra contadini e possidenti. Sono testi che riservano delle sorprese straordinarie, e farete cosa grata a uno scrittore che è stato ingiustamente dimenticato dopo un po’ di moda (anche italiana) negli anni Sessanta-Settanta. E se ci riuscite, cercate di mostrare l’invisibile.